Drive In

Eccoci qui, in fila per fare il tampone. Attenderemo pazientemente il nostro turno e poi ce ne torneremo a casa ad aspettare i risultati. Migliaia di persone hanno fatto, stanno facendo e faranno la stessa cosa ovunque.

Che cosa mi viene in mente nell’attesa?

Tanti pensieri, ma tra questi mi viene in mente l’auto.

Questa scatoletta che ha sulla coscienza i morti sulle strade, l’inquinamento, il tempo perso nel traffico, lo stress, città invivibili cresciute per assecondare lo sviluppo motoristico, gli enormi spazi sottratti alla socialità (strade, parcheggi). Chi mi conosce sa che mi immagino e mi impegno nel mio piccolo per costruire una mobilità con al centro le persone e non le auto.

Con meno auto e più biciclette.

Ma chi mi conosce sa anche che non mi sono mai piaciute le ideologie, soprattutto le posizioni a prescindere, quelli che dicono che è bianco o è nero (anche qualche volta però lo è), che la verità è necessariamente sempre una, la loro.

Eccoci qui, dicevo, in fila nella nostra auto per fare il tampone per la ricerca del virus Sars-CoV-2.

Dieci giorni fa eravamo sempre qui, a piedi. Una lunga attesa assieme ad altre decine di persone, molte delle quali accalcate in un tendone. L’ombrello aperto per ripararci dagli improvvisi scrosci di pioggia e con il vento freddo da cui ci era impossibile difenderci.

Ora siamo nella nostra auto. Sempre in attesa, forse lunga. E sempre con l’inquietudine, l’ansia e la preoccupazione nell’animo. Ma al riparo, in qualche modo protetti. Come con una corazza.

Forse è un’illusione. Ma oggi la nostra auto ci è stata utile.

di Giovanni Giallombardo